Fare pochissimo, di Paolo Onori.

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[Pubblichiamo un estratto del libro pubblicato da Marcos y Marcos, Fare pochissimo, di Paolo Onori, nom de plume dello scrittore Paolo Nori. Nella collana Gli Alianti, pagine 224, 16 euro. Paolo Nori sarà ospite di Magma, sabato 19 Maggio alle ore 18.00 presso la Libreria Voland, a Cisterna di Latina]

Il giorno che ci eravamo lasciati con Nilde, ero tornato a casa, mi ero accorto che non avevo più le chiavi di casa. Le avevo lasciate, probabilmente, a lavorare, ma a quell’ora, erano le dieci di sera, in redazione non c’era nessuno. Allora ero dovuto tornare da Nilde, suonarle al citofono, dire che ero io. Lei mi aveva aperto, mi aveva aspettato sulla porta con la sua faccia mascellona, le usciva un po’ la mandibola, quando era arrabbiata.


Io le avevo detto «Te pensi che io voglia far pace, io non voglio, far pace, ho lasciato le mie chiavi a lavorare, ho bisogno della tua copia delle mie chiavi». Lei aveva fatto un passo indietro, mi aveva aperto lo sportello del contatore del gas, dove teneva le chiavi della cantina e le altre chiavi che non le servivano tutti i giorni, e era sparita nella sua camera. Io avevo cercato due minuti per capire quali erano le mie, alla fine mi era sembrato di averle riconosciute, le avevo prese su ero andato via. Erano stati due minuti lunghissimi, devo dire. Quando litigavamo, io e Nilde, uno degli effetti che si producevano, che il tempo diventava lentissimo. Ero tornato a casa, le chiavi andavano bene. Ero entrato, avevo posato la borsa, mi ero spogliato, avevo fatto la doccia, mi ero messo in pigiama, mi ero messo a pulire la casa da cima a fondo.

Ci avevo messo cinque ore, avevo finito alle tre del mattino. Poi avevo dormito tre ore, mi ero svegliato, avevo fatto la doccia, avevo preso il caffè, le medicine, mi ero vestito, ero uscito di casa, pioveva. Forte. Ero tornato dentro, avevo salito due piani di scale, avevo preso l’ombrello, ero sceso, ero uscito. Era una mattina qualsiasi del mese di maggio dell’anno 2017, erano le sette del mattino. Ero andato a piedi fino alla fermata dell’autobus, avevo aspettato ventidue minuti e, dopo i primi cinque, ogni minuto in più mi montava un’offesa come se il servizio dei trasporti pubblici della città di Bologna ce l’avesse con me. La mettevo sul personale. Quel mattino lì la mettevo sul personale. «Ma io adesso ne scrivo» avevo pensato, che era la mia variante privata del «Lei non sa chi sono io», che privata sarà stata anche privata ma era stupida come quella pubblica, secondo me.

Poi dopo l’autobus era arrivato, il 20, e ci ero montato sopra e quel mattino, sull’autobus numero 20, a Castelfranco Valle Chiara, i pochi posti liberi non ci si poteva sede perché eran bagnati, pioveva dentro. E la gente, sull’autobus, avevan delle facce così tristi che sembrava che dicessero tutti, «Anche da lontano, si vede, anche da lontano, si vede, anche da lontano, si vede, che non mi vuoi più bene». E era una mattina che subito, alle sette e venticinque, avevo frugato nella borsa convinto di aver lasciato in casa il caricatore del cellulare. Quando vado in giro per il mondo, c’è sempre un momento che penso di aver lasciato da qualche parte il caricatore del cellulare. Invece c’era, nella borsa. C’è quasi sempre, nella borsa.

Quando ero piccolo mi sembrava stranissimo che la gente che c’era film non tossissero mai, o non starnutissero mai, o non andassero mai in bagno. Adesso che avevo quarantotto anni, mi sembrava stranissimo che la gente, nei film, non cercassero mai dentro le borse il caricatore del cellulare. ERa importante, il caricatore del cellulare, è sempre importante, ma quel giorno lì era importante perché ero sicuro che mi avrebbe chiamato Nilde. Tutto il giorno avevo aspettato una telefonata di Nilde. Non aveva chiamato.

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