“Dimenticare” di Peppe Fiore

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[pubblichiamo un estratto del libro Dimenticare, di Peppe Fiore, edito da Einaudi. Si può trovare l’estratto anche sul sito di Einaudi. L’autore sarà ospite di Magma durante Lievito, in un talk con Giorgio Specioso, autore di Dinosauri – Baldini&Castoldi, e Graziano Lanzidei] 

La Maserati Ghibli nera rallentò, poi si fermò, sullo spiazzo di erbacce adibito a parcheggio dietro lo stadio Pietro Desideri di Fiumicino. Il motore si spense, i fanali rimasero accesi e si fece

Alle due di notte passate, l’aria umida incombeva addosso alla terra e il cofano della macchina liberava vapore verso il cielo. Oltre la rete di ferro del campio da gioco la punteggiatura luminosa dei fari scintillava sugli spalti deserti. Visto da dentro la macchina, in fondo al buio, il profilo dello stadio somigliava alla prua di un transatlantico affacciata sull’oceano immobile.

Si spensero anche i fanali della Maserati e vennero spinti fuori di malagrazia prima Franco (all’epoca portava i capelli lucidi, tirati indietro col gel), poi suo fratello Daniele, che non fece resistenza. Per ultimo smontò l’uomo che aveva guidato un’ora in perfetto silenzio. Indossava un bomber rosso con la sigla di un’università americana e aveva le orecchie grandi, il cranio rasato. Daniele avrebbe ricordato per anni il dettaglio delle pieghe del collo alla base della testa ovale di quell’uomo, tra le due spalle enormi, mentre gli camminava davanti. Li precedette lungo il perimetro della rete di ferro con un’andatura meccanica, come se pestasse il terreno più che camminare. Dietro Franco e Daniele veniva l’altro tizio, quello che era rimasto seduto accanto a loro sul sedile posteriore, anche lui in silenzio per tutto il tragitto. Aveva un’espressione furba, da rettile, un dondolio stranissimo delle braccia, eppure di quest’altro Daniele avrebbe ricordato soltanto l’odore di dopobarba da discount.

Procedettero così, Daniele e Franco appaiati, l’uomo con la testa d’uovo davanti, l’uomo del dopobarba dietro. Una piccola processione sul lastricato di mattoncini ottagonali tra due siepi basse di oleandro (Nerium oleander), mentre di tanto in tanto, alle loro spalle, prima il guizzo di fari poi il rombo di un’auto in corsa sulla statale verso Ostia trapassavano il buio. Sul lato opposto, oltre lo stadio, uno schieramento color crema di palazzine basse anni Sessanta con le finestre buie. Sui balconi gli stendini, le scarpiere, le paraboliche, i vasi di fiori, le lettiere dei gatti, le assi da stiro ripiegate. Daniele cercò il più possibile di tenere gli occhi su quegli sparuti segnali di umanità superstite, pur di non pensare a suo fratello che intanto tremava.

L’uomo che già in quegli anni mezzo litorale laziale chiamava Gettone li aspettava alla fine dello slargo opposto al parcheggio. Lo videro seduto su una panchina di cemento nel cono di luce di un lampione: contemplava il campo da calcio e fumava una sigaretta fatta a mano. Un metro sopra la sua testa, nugoli d’insetti in volo sciamavano come un coro alla sua persona.

Daniele, che conosceva Gettone di fama, dovette ammettere che aveva davvero la faccia simpatica come dicevano tutti. Potevi scambiarlo per un onesto gestore di trattoria. Sorrise nella loro direzione vedendoli arrivare. Buttò via la cicca e si alzò. Non era alto ma sotto il giubbotto di pelle marrone s’intuivano le proporzioni larghe del torace e il ventre gonfio. La piena luce del lampione svelava gli zigomi acuti e il taglio obliquo degli occhi. Aveva labbra sottili, e una rassegnazione meridionale che gli invadeva l’espressione.

Appena fu a portata di voce Franco accennò qualcosa, un principio di scuse o di giustificazioni, ma Gettone fece solo un gesto secco con la mano destra, dal basso in alto, che lo zittì. A un secondo gesto, l’uomo con la testa d’uovo scattò verso il campo. Raggiunse un punto della rete dove c’era un varco chiuso con catena e lucchetto. Tirò fuori dalla tasca una piccola chiave, sbloccò il lucchetto e fece strada.

Le geometrie delle linee in campo curvavano nella distanza, fino all’anello di cemento degli spalti che creava un’impressione di enorme vuoto circolare. Si fermarono sulla linea mediana. Gettone e i suoi da una parte, i due fratelli a qualche metro di fronte a loro.

La questione, Daniele lo sapeva benissimo, era che Franco doveva a Gettone otto milioni di lire ed era in ritardo di due settimane col pagamento. Franco farfugliò che stava per incassare un assegno di dieci milioni per la cessione di un posto-auto su via Coccia di Morto, quindi non c’era problema. Stirò un sorriso. Aveva dei denti bianchissimi, inspiegabili visto quanto fumava. Tacque, forse aspettandosi che Gettone dicesse qualcosa ma Gettone non disse niente. Aveva ascoltato senza interrompere, lo sguardo cordiale e un po’ spento e le mani giunte dietro la schiena. Franco si affrettò a specificare che, a proposito, si augurava che questa rogna degli otto milioni non creasse un precedente, visto che dopotutto insieme avevano sempre lavorato bene. Disse proprio così, lavorare insieme, e quello fu il momento in cui Daniele perse le speranze e smise definitivamente di ascoltarlo. Lasciò correre lo sguardo alla rete floscia della porta più lontana, in fondo al campo, e percepì con esattezza, oltre gli spalti deserti e la brutta cortina di palazzine basse, la presenza di Fiumicino, una vasta intelligenza silenziosa e molteplice che li accerchiava. Quella sensazione durò fino al punto in cui Franco tacque di nuovo, dopodiché, visto che Gettone ancora non fiatava, si arrese e sussurrò che era disposto ad alzare la cifra a otto e cinque.

L’uomo del dopobarba lanciò uno sguardo all’uomo con la testa d’uovo. Gettone non disse niente. Continuava a fissare Franco e basta.

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