Cibo, talento e rivoluzione.

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Sono una mamma mediterranea, cucino sempre in abbondanza, assicurandomi che tutti mangino con gusto e soddisfazione: probabilmente mi porto dentro i geni di quel cacciatore che trascinava nella caverna la preda catturata per provvedere al sostentamento della sua tribù, accertandosi che ci fosse cibo a sufficienza, suddividendolo secondo le necessità, con occhio attento a frenare voracità e prepotenza. La condivisione del cibo, oltre a portare senso di appartenenza ed allegria, ci ha aiutato a sviluppare attitudini morali come l’altruismo, la sensibilità e l’uguaglianza.

Quando preparo un pasto per le persone a cui sono affettivamente legata, non riesco a scindere le ricette dai miei sentimenti: nutrimento e convivio finiscono nello stesso piatto e creano un artificio che trasforma il mangiare alla stessa tavola in un’avventura vissuta fianco a fianco, dove si intrecciano emozioni, confidenza e la comune memoria di un’esperienza che non sarà uguale a nessun’altra.

Un vero chef nasce con il talento innato per costruire questa alchimia. E il talento fa di una persona un artista, che declina desideri, aspettative e sogni a favore dell’arte. Come tutti gli artisti, gli chef producono le loro opere perché sia il mondo intero a goderne e il loro genio lascia un’impronta destinata a durare nella vita di chi lo incontra.

Rimango ammaliata dalle storie che raccontano delle persone che hanno questo potere.

Due, in particolare, le porto nel cuore: due donne, due chef, due epoche distanti fra loro, due contesti sociali e culturali lontanissimi.

Iniziamo con la prima.

Babette Hersant, mia primaria fonte di ispirazione, protagonista del racconto Il pranzo di Babette di Karen Blixen, compare in una notte d’inverno in un villaggio sulla costa norvegese. Siamo nel 1871, la donna è una comunarda, celebrata chef del Café Anglais, fuggita da Parigi dopo aver perso tutto, in cerca di un posto dove riparare. La comunità che la accoglie è composta da due sorelle in età e i loro anziani seguaci, legati da fede e recriminazioni che si perdono nel tempo. In quindici anni, la francese trasforma lentamente la vita dei vecchi del villaggio, cucinando per loro zuppa e merluzzo secco con una cura fino ad allora sconosciuta. Non è un cibo nobile, sono gli stessi ingredienti di sempre. I derelitti, abituati come sono a non tenere in considerazione la vita mondana in cui annoverano amore terreno e cibo, non saprebbero spiegare il cambiamento. C’è qualcosa di nuovo, consolante e gradito, ma non saprebbero dire cosa: hanno conosciuto solo mortificazione e sacrificio, ripudiando i piaceri della vita, non hanno gli strumenti per riconoscere la dedizione e l’arte.

Quando le arriva, inaspettata, la notizia della vincita alla lotteria, una considerevole somma che potrebbe riportarla in Francia, Babette non nutre un attimo di esitazione: a cosa possono servire quei soldi, se non a dare fondo al suo talento, realizzandone l’essenza come può accadere una sola volta nella vita? Non a Parigi, dove l’hanno già celebrata come fenomeno, seppur accontentandosi distrattamente della superficie delle cose. L’arte serve lì, in quella comunità sperduta, per sovvertire la visione del mondo: Babette è rimasta la rivoluzionaria che era.

Nella modesta casa delle attempate sorelle iniziano ad arrivare ingredienti sconosciuti, sui quali trionfa una tartaruga viva che finirà nel brodo che verrà servito come entrée. La sera della cena, la tavola è ricca di adorabili blinis dermidoff, di quaglie racchiuse nella pasta sfoglia, di formaggi pregiati, di frutta esotica, di morbide fette di savarin impregnate del rhum migliore, di preziosi vini francesi.

I commensali si sono accordati per non parlare, durante il pasto, del cibo che mangeranno come gesto di riguardo nei confronti della cuoca che tanto si è data da fare. In realtà sono alle prese con un’esperienza talmente nuova che preferiscono il silenzio, coscienti di non avere le parole per condividerla. L’effetto finale, come Babette aveva desiderato, sarà di conciliazione degli animi, di verità taciute per anni che finalmente vedono la luce, di confessioni impensabili fino a poco prima, di sentimenti che trovano modo di essere detti con naturalezza. Babette ha portato a termine un’azione rivoluzionaria: non dove avrebbe voluto, non come aveva immaginato, non con i mezzi canonici delle rivolte, ma con l’arte, la sua arte, che ha trasformato profondamente quell’angolo remoto di mondo.

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