Carlo Verdone e la narrazione tossica polacca #1

Scritto da Posted on 0 3 visto 360 views

[inizia la sua collaborazione al blog collettivo anche Francesco Moriconi, con il suo spazio Il sarràco di Coriolano]

C’è un famoso sketch televisivo di Carlo Verdone, spassosissimo, in cui uno dei suoi personaggi cult viene svegliato dalla telefonata di una certa Adelina. Ne segue un dialogo surreale, durante il quale vengono reciprocamente comunicate disgrazie familiari e notizie scioccanti, che si fonda su un equivoco: Adelina aveva sbagliato numero e, nonostante la pazzesca quantità di coincidenze di nomi e gradi di parentela, non aveva nulla a che fare col suo interlocutore. Per chi non se lo ricordasse:

Quel momento divertentissimo, di un Carlo Verdone galoppante verso fama imperitura, può essere lo spunto di un’analisi assai meno divertente sulla narrazione storico politica di un paese e sulle conseguenze che essa ha nell’opinione pubblica.

Già dalle prime frasi il povero Carlo potrebbe capire che non cercano lui: non sa chi è Adelina, la quale si qualifica come sorella di Attilio. E lui non sa nemmeno chi è Attilio. Il problema è che pone la domanda sbagliata: “con chi vuole parlare lei?” e qui comincia il fenomenale disastro. Adelina vuole parlare con zia Maria, la zia con cui Carlo abitava, morta da tre anni. Ma da questa richiesta di Adelina, Carlo deduce che si conoscono, pur comunicando la scomparsa della parente stretta. Ne deriva una cascata di fraintendimenti che si risolve solo quando viene nominato un nonno che si è da poco rotto il braccio destro. Ma il nonno di Carlo il braccio destro non ce l’ha mai avuto.

Nel comportamento funzionale allo sketch c’è un atteggiamento molto comune delle nostre analisi: siamo in possesso di informazioni parziali, ci poniamo la domanda sbagliata alle cui risposte appiccichiamo significati derivanti dalle limitate informazioni che abbiamo, creando un mostro che si traduce in opinioni personali infondate, in fake news, in narrazioni – a seconda del nostro sentire in merito a un argomento – confortanti, vittimiste, accusatorie e via così.

Capita a tutti di innamorarsi di un’intuizione non corroborata da prove inequivocabili: è il nostro amore istintivo verso una idea personale e non ci rinunciamo facilmente. È il grado zero della formazione del nostro pensiero. Prendiamo ad esempio un collezionista di cartoline che, scoprendo una vecchia foto in bianco e nero di una piazza della sua città che appare leggermente imbiancata di neve, dia un senso nostalgico affettivo a ciò che vede e condivida la sua scoperta con altri collezionisti e amici, innescando emozioni a catena. Quelle emozioni, ad un occhio esperto, assumeranno le fattezze della distorsione del reale quando risulti evidente che quella che sembrava neve è solo asfalto sovraesposto in una foto sbiadita.

Altre volte – e siamo già ad un grado più elevato della formazione delle opinioni – prendiamo una nozione che riteniamo adeguata alla nostra narrazione della società e la adattiamo alle nostre convinzioni, eliminando quella parte di presupposti che attenuerebbero o cambierebbero di molto la nostra ricostruzione (come Carlo che elimina subito i dati fondamentali di non sapere chi sono Adelina e Attilio concentrandosi solo sul dato che lo colpisce, un nome di persona che effettivamente conosce, pur defunta da tre anni). È, per esempio, il caso della Meloni che va al museo Egizio di Torino, non a protestare contro le strategie di marketing del museo – eventualmente in modo legittimo con i dati e le competenze adeguati – ma a criticare una fantomatica discriminazione a favore di una etnia o addirittura di un credo religioso, creando un calderone di elementi non in comune tra loro, partendo dalla domanda sbagliata e finendo col confermarsi in base a nozioni parziali, senza il contesto che renderebbe tutto molto più comprensibile e semmai criticabile sotto altri punti di vista, che nulla hanno a che fare con discriminazioni etnico religiose e accoglienza degli immigrati.

Il problema di come i membri di una comunità si raccontano e interpretano la realtà ricade sulle scelte dell’intera comunità e sulla formazione del pensiero; bisognerebbe affrontare il tema dei modelli di riferimento, dei costi sociali che tali modelli impongono, di quanto le opzioni a disposizione siano frutto di dati molto parziali a disposizione. Tanto per fare un esempio che non è possibile approfondire: quanti calciatori devono fallire perché emerga un Cristiano Ronaldo? Quanto costa alla società l’esaltazione del modello “gallina dalle uova d’oro”, la scommessa cioè su un successo che tocca statisticamente a una porzione infinitesimale sul totale di quanti partecipano alla corsa?

SECONDO ARTICOLO
TERZO ARTICOLO

Francesco Moriconi

No Comments Yet.

What do you think?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *