Carlo Verdone e la narrazione tossica polacca #3

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Fino alla caduta del Muro di Berlino la commissione si è occupata di suffragare e confezionare teorie legate alla stessa matrice di pensiero: dall’accusare la Germania occidentale di tollerare criminali nazisti nella sua amministrazione, all’accusare circoli sionisti americani e tedeschi di falsificare la storia poiché indicavano i polacchi come complici nell’assassinio degli ebrei.  Si trattava, come è evidente, di una memoria sempre assai selettiva, voluta dal regime comunista, che cancellava dai dati a disposizione tutte le sofferenze subite dai polacchi durante lo stalinismo o tra il 1939 e il 1941 nella zona occupata dall’Unione Sovietica (pensiamo al massacro di Katyn su tutti).

L’Istituto Polacco della memoria Nazionale (IPN) ha ora milleduecento dipendenti, undici sedi, un presidente nominato dal Parlamento su proposta del Collegio dell’Istituto. Il Collegio a sua volta è nominato dai partiti eletti ad eccezione di due membri che sono scelti dal Primo Ministro. È in sostanza un’emanazione della politica e principalmente indaga sui crimini nella nazione polacca fino al 1989 (caduta del Muro),  avendo a disposizione un archivio documentale immenso e ordinato che è sempre più difficile da consultare per i ricercatori, capiremo tra poco perché.

Al di là dei problemi di ricostruzione storica e di rapporto tra studiosi e centri di documentazione e ricerca, un punto esemplare ci interessa, poiché evidenzia come la parzializzazione del dato e il suo uso politico siano strumenti potentissimi di indirizzo del pensiero.

Una legge del 1998 ha investito l’IPN della prerogativa di conservare la memoria dell’enormità delle vittime e dei danni subiti dalla nazione polacca, durante la seconda guerra mondiale, negli anni seguenti e durante le lotte patriottiche della nazione polacca contro il nazismo e il comunismo (sic).

La prima indagine però, e siamo nel cuore della nostra questione,  ha riguardato una vicenda che ha messo da  subito in crisi la “mission” di stato: lo sterminio di ebrei da parte di polacchi avvenuto a Jedwabne  nel 1941. In realtà non è stata una investigazione volontariamente cercata ma indotta.

L’episodio, tenuto in ombra per sessant’anni, era stato raccontato nel 2000 da Jan Tomasz Gross nel saggio I vicini. Storia dello sterminio di un villaggio ebraico. La ricostruzione di Gross, basata non solo su testimonianze orali ma proprio sui documenti conservati all’IPN, mostrava che le violenze contro gli ebrei di Jedwabne, sotto occupazione sovietica dal 1939 al 1941, erano iniziate prima dell’invasione tedesca ed erano culminate nella barbara uccisione di tutta la comunità, circa 800 persone, bruciata viva in un fienile. L’autore descriveva la collaborazione dei polacchi con entrambi i regimi e va sottolineato che i responsabili del massacro dopo la guerra furono sottoposti a un frettoloso processo e assolti. Il libro di Gross aprì un dibattito sulla stampa e sui mezzi di comunicazione che coinvolse storici e rappresentanti del mondo politico e della Chiesa cattolica.  Per oltre due anni vi furono due fazioni schierate: chi sosteneva che il massacro era stato attuato dai tedeschi e che i polacchi avevano anzi sofferto durante la guerra a causa del sostegno offerto dagli ebrei all’occupazione sovietica (colpa dei tedeschi e degli ebrei dunque con identica litania), additando il libro di Gross come devastatore dell’eroica reputazione dei polacchi;  chi, invece, riteneva le rivelazioni del libro un’occasione per fare i conti con gli aspetti mitologici della storia polacca recente e per sradicare i sentimenti xenofobi e antisemiti di larga parte della società.

Nell’agosto 2000, il primo ministro (con orientamento diverso da quanto avverrà pochi anni dopo) affidò al presidente dell’IPN l’inchiesta sui fatti di Jedwabne.

Fu un’indagine accuratissima: gli studiosi dell’IPN scandagliarono archivi polacchi, russi e tedeschi che confermarono le scoperte di Gross; furono ascoltati circa 100 testimoni e venne ordinata l’esumazione dei corpi degli ebrei uccisi. Per oltre un anno si lavorò, con l’aiuto di una delle persone coinvolte nello scavo delle fosse, all’individuazione del luogo in cui erano state sepolte le vittime. Si stabilì che gli ebrei maschi erano stati uccisi e i loro corpi gettati alla rinfusa in una fossa comune mentre i vecchi, le donne e i bambini erano stati bruciati vivi nel fienile. Durante la seduta del parlamento del febbraio 2002 l’allora presidente dell’IPN riferì i risultati dell’inchiesta mostrando senza ombra di dubbio che una parte della Nazione polacca aveva commesso un crimine contro cittadini polacchi di origine ebraica.

L’avvenimento fu sconvolgente per la nazione, per come si era rappresentata e raccontata. Per alcuni fu una grande occasione di avanzamento delle coscienze, l’abbandono della visione manichea e l’affacciarsi di un atteggiamento più attento alla complessità del reale e nello specifico della società polacca. Per un’altra crescente parte di storici della generazione più giovane si tese subito però a voler riaffermare lo schema potere cattivo, estraneo e totalitario contro società polacca buona, prigioniera e resistente, come l’unica chiave di interpretazione della storia del totalitarismo. Alcuni degli esponenti di questa corrente presentavano, all’estremo, il periodo comunista in termini di invasione, occupazione o colonizzazione, tutte azioni perpetrate da elementi estranei alla nazione.

Francesco Moriconi

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