Carlo Verdone e la narrazione tossica polacca #2

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Ci sono distorsioni nella narrazione diffusa che sono fatte con l’intenzione di propagandare un messaggio ben preciso, deciso a tavolino, mirato a una certa formazione del pensiero. E qui siamo a un grado molto difficile da osservare con distacco. Tra le migliaia di esempi possibili nel mondo occidentale contemporaneo, idee di sviluppo, organizzazione sociale, solidarietà e via dicendo, proviamo ad affrontarne uno interessante e apparentemente lontano, la cui dinamica però è all’interno dei meccanismi che andiamo descrivendo.

Agli inizi di febbraio la Polonia ha approvato una legge che ha fatto molto discutere, relativa ai campi di sterminio e ai crimini di guerra. Quello di cui si è più parlato da noi in Italia (ed è già una parzializzazione del dato) è che non si può dire che i campi fossero polacchi ma solo tedeschi e nazisti. A un primo sguardo su questo aspetto parziale, diffuso dai titoli delle testate, non c’è nulla di assurdo: effettivamente i campi in Polonia li hanno creati i nazisti occupanti e dunque è ingiusto dire che siano polacchi (anche volendo dare un’indicazione puramente geografica sintetica d’ora in poi si dovrà ricorrere a perifrasi).

A un’analisi un po’ più attenta, con qualche elemento in più, quella legge potrebbe apparire una legalizzazione del negazionismo o una limitazione della libertà di opinione. Ci sarebbero aspetti che, tra l’altro, si fondono anche su un piano storico contestuale: non si può dire infatti nemmeno che i polacchi abbiano mai perseguitato gli ebrei. Questo però non è vero. Semplicemente, per la legge polacca, non si deve dire pubblicamente o contro fatti. Se ampliamo correttamente il dato, la norma prevede da una multa fino a tre anni di carcere per coloro che “pubblicamente o contro i fatti attribuiscono alla nazione polacca o allo stato polacco la responsabilità o la corresponsabilità di crimini compiuti dal Terzo Reich tedesco oppure i crimini contro l’umanità, contro la pace nonché altri crimini durante la guerra”. Dunque innocenti per legge.

Il provvedimento prevede anche la denuncia per chiunque usi la formula campi polacchi della morte riferito ai campi di sterminio. Tutto riguarda non solo i cittadini polacchi ma anche gli stranieri “indipendentemente dalle leggi in vigore nel luogo dove tale atto è stato compiuto”. Si potranno perseguire, last but not least, anche coloro che negano i crimini compiuti contro i polacchi dai nazionalisti ucraini durante la guerra. Ucraini colpevoli per legge.

A molti, me compreso, la notizia della legge approvata è sembrata una sorta di “botta da matti”, proprio grazie al meccanismo di selezione  attuato da alcuni giornali (tranne rari casi) e grazie anche all’attitudine umana cui più volte ho accennato. Quello che ci inganna nella formazione delle nostre opinioni è sempre la complessità del reale. Siamo naturalmente portati ad analizzare le situazioni semplificandole e scomponendole, troppo spesso eliminando le contraddizioni apparenti o reali in funzione di una visione finale adeguata alla nostra sensibilità e alla nostra comfort zone.

L’accettazione della complessità è un passaggio fondamentale per costruire una visione più ponderata (peraltro spesso senza soluzioni), approfondita e in grado porci nella posizione migliore per affrontare la realtà. Vale sia per decidere se scommettere sul proprio futuro in un dato campo professionale sia per valutare le scelte di politica interna e estera sia per guardare ogni aspetto della nostra vita sociale dando un contributo attivo e soprattutto consapevole. Il problema delle notizie bufala ripetute a catena di sant’Antonio, degli sproloqui sui social e della melma su cui galleggia gran parte della narrazione diffusa dipende da quanto si semplifica la complessità del reale e da quanto diventano adeguati a tale semplificazione i modelli di riferimento e le interpretazioni sottese alla formazione del pensiero.

Tornando alla legge polacca, è clamoroso il tentativo di formare una coscienza collettiva (persino sovranazionale) per imposizione. Mi spiego meglio: la legge non esce fuori dal cilindro ma è frutto del percorso di almeno un decennio e affonda le sue radici in anni lontani, ben prima della seconda guerra mondiale. C’è una letteratura interessante sull’argomento e basta fare un po’ di ricerca.

I paesi ex comunisti hanno tutti un istituto pubblico incaricato di raccogliere testimonianze e documenti sui crimini comunisti ed epurare l’amministrazione pubblica da membri e collaboratori del regime.

Quello polacco, l’Istituto Polacco della memoria Nazionale, è molto particolare: archivio, centro di ricerca, organo inquirente e giudicante di crimini sia comunisti che nazisti, è incaricato della trasparenza sui dati documentari e dell’epurazione dagli organi dello stato di eventuali criminali. È l’erede della commissione nata nel 1945 per le indagini sui crimini nazisti in Polonia. Commissione il cui ruolo è stato essenziale per processare molti criminali nazisti a Norimberga, tra cui quelli strettamente legati ad Auschwitz – Birkenau ma non solo. La stessa commissione ha anche avuto un insostituibile funzione nell’accreditamento del regime comunista – presentato come vero antifascista – poiché fu incaricata di dimostrare i crimini tedeschi contro la nazione polacca.

Dopo il 1956, poiché il regime comunista spingeva molto sulla propaganda di sentimenti nazionalisti, la commissione ebbe il compito di esaltare la lotta di tutte le forze politiche clandestine contro il nazismo  esaltando, accanto al mito dei polacchi uniti contro la furia nazista, quello della loro eroica resistenza. Si trattava di un’impostazione molto ben definita che ha determinato anche alcuni degli accadimenti recenti: vediamo come.

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